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martedì, 08 gennaio 2008
Questa è la storia di M, una ragazza come tante, forse più bella di tante, sicuramente più sensibile, che decide di dare una svolta alla propria vita. Tra le pagine che si susseguono sul labile filo dei pensieri, il racconto di una vita intera quasi subita, tra domande a cui non si può dare una risposta e quesiti che si ha paura di porre. Ma questo è anche il racconto di una ricerca: quella dei propri ricordi da cui per anni M ha cercato di scappare e che adesso sente di dover riscoprire. Perché come la protagonista ci dice: una persona senza senza memoria è una persona senza identità e il rischio è quello di divenire a poco apoco una figurina in mezzo a tante, da attaccare tra le pagine bianche di un album che nessuno ha voglia di sfogliare.
1 Ho perso un altro pezzetto di memoria stamattina. Non so come faccio ad esserne sicura, non ricordando ciò che avrei dimenticato, ma lo sento. È una sensazione ecco. Qualcosa che mi ero ripromessa di pensare e a cui pensare oggi, e che adesso è scappato via. Quello che ricordo e ciò che dovrò fare domani. Iniziare a guarire. Sarà difficile lo so. Devo fare delle scelte. Alcune tristi, altre che mi spaventano a morte fin da adesso, anche se sono solo propositi. Devo farlo. Devo ritrovare me stessa. Ricordare chi sono, capire cosa sono diventata, scoprire cosa voglio diventare. Questa mia decisione è venuta quasi per caso. E come ogni scelta compiuta per caso, sono sicura che sia figlia di un parto travagliato che sicuramente si è protratto per tanto tempo dentro di me. Una mattina mi sono svegliata e mi sono resa conto di non essere niente. Ho poco più di 20 anni e so per averlo ascoltato da qualcuno più grande di me e per averlo letto in giro, che questi dovrebbero essere gli anni più importanti della mia vita. I più ricchi. Senza dubbio quelli che mi lasceranno dentro il maggior numero di ricordi belli e brutti e che mi renderanno un domani una donna completa, forse una mamma, non so. E invece, in silenzio dentro casa, dopo il solito attacco di tachicardia e il solito appuntamento dato per telefono, che la sera mi avrebbe portato lontano da tutte le mie ansie mi sono resa conto di stare vivendo la vita di un'altra. Era come se mi vedessi da fuori, e per la prima volta avevo la consapevolezza che la persona che avevo davanti non mi piaceva neanche un pò. Di cose che avrei potuto fare e poi ho lasciato chiuse in un cassetto ce ne sono migliaia. Non mi fa male pensarci perché in fondo la colpa principale del mio non agire va imputata alla pigrizia. Sono una ragazza pigra. Lo sono da quando ancora non avevo l’età per definirmi una ragazza e probabilmente lo sarò anche in futuro. Quello che voglio cambiare è questo senso di vuoto che mi accompagna in ogni istante. Non so come sia iniziato. Per anni credi di essere diversa dagli altri: dai tuoi genitori, dai tuoi amici, dalle persone che vedi per strada e che magari corrono sempre in cerca di una stabilità a cui sbagliando danno il nome di Lavoro. Poi incontri qualcuno che la pensa come te e che nel suo parlare e muoversi sembra essere cresciuto provando le tue stesse emozioni, solo che ha imparato a cavalcarle, a controllarle fino a rendersi artefice del proprio destino. Qualcuno che la vita l’affronta di petto ma senza tutti quei pensieri e quelle negatività o sensi di colpa che invece in te sembrano talmente radicati da renderti difficile anche mettere il naso fuori della porta di casa. Nasce un’amicizia, magari un amore ed è bello credersi parte di un gruppo. Sentirsi capita. Semplicemente smetterla di dover parlare per farsi comprendere perché attorno a te gli sguardi ti dimostrano che sei accettata per quello che sei e che anzi sei anche meglio di quanto tu creda. Ti senti importante. Così tanto da poter addirittura dispensare consigli di vita, perché ti sembra di avere una risposta per tutto. Perché hai capito che in certi frangenti basta rilassarsi e vedere cosa succede. Basta avere un po’ di fiducia o meglio di incoscienza, per lasciarsi trascinare dagli eventi. Quando meno te lo aspetti però, un bel giorno capita che ti alzi a mezzogiorno dopo l’ennesima notte a bere e prendere pilloline colorate che ti fanno sembrare tutto più divertente o quantomeno sopportabile, e ti accorgi che non hai più una mente se non quella del gruppo. Che il tuo sentirti diversa, il vostro essere diversi tutti insieme, ognuno a sé ma tutti uniti, è un inganno. Siamo volti sorridenti senza una memoria. Ma una persona senza senza memoria è anche senza identità e il rischio è quello di divenire a poco apoco una figurina in mezzo a tante, da attaccare tra le pagine bianche di un album che nessuno ha voglia di sfogliare. 2 Oggi mi sono svegliata presto. O almeno presto per i miei standard. Alle 11 ero già fuori di casa. Ho preso il giornale gratis, mi sono seduta sul marciapiede e ho iniziato a sfogliarlo. Dopo tanto ho provato a leggerlo, a soffermarmi sulle immagini, a cercare di capire le notizie anziché farmene un’idea dai titoli. Ho fumato una sigaretta. Per quello che sto per fare avrei preferito una canna di marijuana. Una volta sapeva darmi tranquillità. Ma voglio essere più lucida possibile. Glielo devo e lo devo a me stessa e alla nostra storia. Alle 12 sono sotto casa sua. Citofono e aspetto. Un lunghissimo minuto dopo una voce familiare mi invita a salire. Sua madre mi apre la porta e mi sorride. È un sorriso falso, lo so. Non mi ha mai sopportata. È convinta che io abbia portato il suo unico figlio sulla cattiva strada e lo abbia allontanato da lei. Non è vero. Ognuno è consapevole delle proprie scelte, così la vedo io. Sull’averlo messo contro la famiglia, però, forse ha ragione. Ma fa parte di me. Ho bisogno di sentirmi protetta io. In ogni istante. E se qualcosa non mi va, o un atteggiamento mi ferisce io pretendo che chi dice di amarmi mi difenda, anche a costo di schierarsi contro il suo stesso sangue. Questo almeno quando non sono lucida. A volte capisco che spesso gli ho imposto di ribellarsi per gelosia. Perché la sua famiglia nonostante tutto è una famiglia vera, in cui i genitori vogliono bene ai figli e i figli contraccambiano non per dovere ma perché provano affetto sincero. Percorro il corridoio che ho visto tante volte, soprattutto di notte quando tornavamo distrutti dalla felicità di una serata e cercavamo un letto per caderci dentro e dormire alla ricerca di un ristoro che arrivava sempre meno facilmente. Mi siedo accanto a lui e resto a guardarlo come ho fatto tante volte. Non mi accorgo di piangere finchè non mi sento farlo nel silenzio della stanza buia. Tiro su col naso e lo scuoto dolcemente. Lui apre gli occhi e mi chiama “piccola”, mentre sorride. Chissà cosa ha sognato stanotte il ragazzo che amo. Servono poche parole per farlo scattare fuori dal letto. Il mio “ti lascio” sembra riecheggiare davvero nella penombra e mai parole sono state più difficili da pronunciare per me. Nella mia vita ho già detto addio a qualche persona a cui volevo bene. Non sempre per scelta mia. Le mie storie, e mai termine mi sembra più appropriato per descrivere le mie relazioni sentimentali, si sono spesso trasformate in tragedie greche. Con risvolti realmente drammatici. È anche per ricordarle che ho preso questa decisione. Voglio ridare il giusto peso a ciò che ho vissuto. Fare uscire dalla nebbia le parole sbiadite pronunciate dalle persone che hanno contato qualcosa per me. Ridare letteralmente un volto ai miei fantasmi per liberarmene. Voglio essere libera finalmente. L’errore che faccio è dirglielo. Non rifletto sul fatto che per quanto lui sia vicino, fino a sentire il suo alito di sonno, non riesce ad ascoltare i miei pensieri. Capisce ciò che vuole capire. Che voglio essere libera da lui. È un meccanismo di difesa, lo so. L’ho visto ripetersi tante volte. L’ho provato anche io in innumerevoli circostanze. Mi faccio insultare, poi lo vedo piangere, mi faccio abbracciare e insultare di nuovo. Me ne vado fingendo rabbia ma sento qualcosa che si rompe dentro. E ho paura. Perché adesso sono sola e non ho nessuno che mi stringa. Saluto sua madre che con una certa fretta mi chiude la porta dietro le spalle per correre dal figliol prodigo. Mi chiedo perché il mio destino sia sempre quello di far soffrire gli altri. Mi dico che sarebbe meglio non pensare e mi chiedo mille volte lungo il tragitto che mi riporta a casa, perché ho deciso di farlo. Mi chiudo in camera urlando contro mia madre e apro il cassetto del comodino. Nella piccola cassaforte verde c’è un involucro. Tanti rimedi colorati per non pensare, per allontanare l’infelicità. Sono stanca e d’un tratto mi sento vecchia. Mi specchio. Mi scompiglio i capelli e mi vedo brutta come mai, adesso che non c’è più nessuno a ricordarmi quanto sono bella. Afferro le forbici e mi taglio i capelli corti. Poi non appagata prendo la macchinetta e mi raso completamente la nuca. La sfioro con le mani e mi trasmette una sensazione piacevole alla mano. Inizio a piangere, o meglio mi accordo di non avere ancora smesso. Mi sdraio sul letto e mi nascondo sotto il cuscino. Stasera esco, dico ad alta voce, quasi urlando. E chiudo gli occhi, sperando di non riaprirli più. 3 i giorni si succedono con una lentezza disarmante. Mi rendo conto che non posso fuggire e che dovrò riaffrontare quelli che chiamo ancora amici e che sono anche i suoi amici. Stasera c’è un evento organizzato dal nostro gruppo culturale. D. mi ripete sempre che il gruppo che abbiamo creato è qualcosa di bello in mezzo a tanto squallore. È un modo sano di comunicare la nostra rabbia giovanile, i nostri disagi, di fare arte e di diffonderla tra le menti addormentate della nostra piccola città. Con qualche velleità appena sussurrata di arrivare addirittura oltre i confini del paesello per coinvolgere luoghi e individui a noi lontani. Individui. Mi piace questo termine. È una parola azzeccata per descrivere una vita intera. Chi ha personalità, coraggio e attitudine alla vita è un individuo. Qualcosa di raro e difficile. Che mi manca. Ho provato a rileggere qualche vecchia pagina dei miei diari. Provato perché inaspettatamente mi sono resa conto di leggerle per la prima volta e mi è salita talmente l’ansia che ho dovuto subito smettere. È angosciante scoprire che avvenimenti che ritenevi così importanti da immortalarli con la penna non ti dicono più niente. Incapaci di comunicarti quello che volevi ricordare per sempre. Mi ritorna in mente la metafora della figurina. E sorrido pensando a che tipo di album potrebbe accogliere il mio volto, quello di L., dei miei amici, dei miei genitori. Per certi versi sarebbe una album su qualche tema dell’orrore, per altri un tomo gigante stile piccole donne. Per altri ancora qualcosa di noioso come quelli che negli anni ’70 si dedicavano agli sceneggiati, di cui si vedeva solo la prima e l’ultima puntata. Una volta mi piaceva usare la fantasia per cercare di risostruire cosa veniva in mezzo. Tra un episodio e l’altro, intendo. Ho perso la mia fantasia con l’età. Quando sono diventata così vecchia da dimenticare quanto fosse bello immaginare? Davvero mi dà sicurezza cercare di guardare tutto ciò che mi circonda con gli occhi di un’anziana signora che non ha più niente da chiedere alla vita se non l’adrenalinica sensazione di prendersene gioco? Gli ultimi anni sono stati un susseguirsi di sottefurgi, espedienti, corse, fuochi di fortuna, campeggi, gente, rave, serate alcoliche, albe, tramonti e quanto di più romantico ci possa essere. Almeno in apparenza. Perché in mezzo a tanto caos mi sono accorta di non aver trovato mai tempo per l’unica cosa che contava veramente: me stessa.
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